giovedì 7 giugno 2018

Belìce Bel Paese


Terraneo vagabondo, divèlti
struggi un mondo: i tetti, il campanile,
i ponti sul ruscello, gli arbusti
forti e snelli, le querce antiche,
i fiori (mimose), i lor boccioli.

Espandi l'aura fetida: ruìna
grida, ciàntu. Le fughe vane. In fondo
'mpirùgghiu inestricabile di pruvulàzzu
e pietre. Un sugliùzzu dal buio. Un grido:
all'armi all'armi! Turìlla contro
il tempo. Si affilano le unghie, i denti
puru 'u cori. Due occhi ranni cercano
- «mi spengo!» - alfine trovano.
E manu lordi plaudono. 'A luci
ccà nun torna.




Ruìna= rovine
Ciàntu= pianto
'Mpirùgghiu= groviglio
Pruvulàzzu= polvere
Sugliùzzu= singulto, gemito
Turìlla= battaglia, guerra
Puru 'u cori= pure il cuore
ranni= grandi




Versi e foto di Leo Sinzi (zio-silen)

giovedì 24 maggio 2018

I versi sbrilluccicanti di Franca Canapini


Non accendere, Psiche, quella luce
non ti è dato vedere le mie forme
fidati, sono io, l’amore
senti come la notte s’inconca intorno a noi
abbandonati sicura a questa pace.


Nel buio il tempo è un eterno presente
questo appagamento è così strano
io non sono io e non m’importa
in pianto dolce si scioglie la mia vita
tu la raccogli e la trasformi in mare.






Versi di Franca Canapini, sbrilluccicanti alla lettura, tratti dalla poesia "Amore e Psiche", pubblicata sulla Vetrina del Club dei Poeti il 23 Maggio 2018.

Foto di Leo Sinzi (zio-silen)

domenica 20 maggio 2018

Fine turno


Ci si parla per consonanti alle sei
davanti a una buccia di sole
- scarto di giorno capovolto -
con la sete di buio negli occhi.

Il ritorno non è mai corto abbastanza
per immolare sugli pneumatici
monitor, caffè posticci e la vertigine
orizzontale di un lavoro a perdere.

Mentre la luce cola dalle finestre
ti attardi a ripassare tecniche
di ricomposizione della sagoma, a deviare
tramite endorfina le traiettorie di un incubo.



Versi di -Gaetano-

Immagine composta da Leo Sinzi: orologio su gruppo scultoreo 
in rame di Nunzio Di Pasquale, talentuoso artista ragusano.

domenica 13 maggio 2018

Oggi si è rotto il cane di Fo


Oggi si è rotto il vecchio cane di Fo
e il suo occhio cinese
Vent’anni di bilico, scale, vertigini e
teorie newtoniane. Vent’anni
a litigare millimetri
per sentirsi comunque cromìa
fuori posto. Giuro: non lo avrei mai rotto
apposta! Al massimo lo avrei interrogato.
Il povero, ringhia oramai da un milione di bocche
sparse in angoli che neanche la casa sapeva di avere
(solo la mano li conosce tutti).

Madonna, quanto rompe ‘sto cane da rotto!
D’Annunzio ne aveva uno
uguale, nella stanza da bagno.
“E se domani faccio un salto al Vittoriale e ti rubo da lì?”
Il cane di Fo non disse nulla ma
fu in quel momento che capii
di aver commesso un errore. 




Versi di Nadia Rizzardi (Ganimede) - tratti dal racconto "Oggi si è rotto il cane di Fo", pubblicato sulla Vetrina del Club dei Poeti il 11 Maggio 2018 - evidenziati e assemblati da Leo Sinzi (zio-silen) nel suo commento del 13/05/2018.

Foto di Leo Sinzi 

giovedì 10 maggio 2018

Ho visto cose che non potreste immaginare...


In attesa di superare le forche caudine del metal detector per immergermi nelle raffinatezze dei pittori fiamminghi - in questi giorni ospitati nella Sala Montalto - sosto, implotonato con un centinaio di turisti giapponesi, russi e alpigiani, sulla piattaforma lignea che dalla biglietteria conduce agli ingressi posteriori del Palazzo dei Normanni. Ad un tratto, una raffica di clic mi fa sobbalzare. Percorro con lo sguardo la direzione degli obiettivi e vedo cose che voi lettori non potreste immaginare: nell'angolo meridionale del  cinquecentesco Bastione San Pietro, all'ombra dei centenari pini del giardino pensile, si erge una costruzione color beige antico, con copertura (apparentemente "etrusca") in terracotta ed una teoria di alette crystal white che nel chiudere le ampie finestre a mo' di tapparelle lasciano fuoriuscire verso la Reggia un mozzicone di "catuso" squincio. Tutti i presenti azzardano ipotesi sulle origini del manufatto. Nella babele colgo l'opinione di un tirolese che afferma trattarsi di opera composita che raccoglie, in un unicum armonioso, culture e stili di quanti nei secoli in quel luogo trovarono ricetto: Elimi, Greci, Fenici, Romani, Cartaginesi, Vandali, Ostrogoti, Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnoli, Austriaci, Borbonici, Savoiardi... ARSiliani.
A me - perfetto profano in materia di architettura, arte e storia di quel sito - sembra solo un obbrobrio d'oggidì che sta dove non dovrebbe stare. Lo skyline del bastione cinquecentesco, infatti, grida vendetta; mentre le mura normanne - palesemente fatte d'altra pasta - grondano lacrime di sconforto. Poi però - contagiato da cotanto massivo entusiasmo - in un moto di francescana umiltà, mi dico: "in fondo, in fondo chi sono io per giudicare?". E, impugnata la mia reflex lanzichenecca, immortalo (di squincio) quel pezzo di bellezza unica.

 


Cuntu semiserio di Leo Sinzi

giovedì 3 maggio 2018

Circolo di poesia


Ricerca di parole l'alchimia
cantore ricco d'acari di boria,
di versi muti frutto d'anomìa,
d'inverni caldi di cotanta gloria.

Vergin aedo, nudo di corazza,
al chiosatore junghiano si vendea;
nuovo ermetista ora si sollazza
e, come quello, fustiga la Dea.

Il vento porge stelle d'origàmi
al bardo "fior di penna", privo d'ale.
L'Aquila grida per i giorni grami,

velato il capo, spande l'olio santo,
s’avventa, strappa al piaggiator seriale
la lingua biforcuta e il rosso manto.


Sepolto, senza pianto,
il canto dei seguaci del mal detto
rivive la rima di un sonetto.




Versi e foto di Leo Sinzi (zio-silen)

mercoledì 25 aprile 2018

Verbena ed Evaristo


Lui indossava una tuta di pile grigio
nel taschino un fazzoletto di seta.
Lei posò il libro che stava leggendo.
“Facevo la pianista”. Belle mani.
Bel sorriso. Bei capelli. Li indicò col dito:
“Fai bene a colorarli. Ti fa giovane.”

“Tocca, tocca qui.”
Pigalle, il Moulin Rouge, le soubrette in guepière
che per pochi franchi si facevano baciare.
Quanti ricordi a quel contatto!
Una smorfia di dolore. “Fa male?” 
Aveva occhi affettuosi e voce carezzevole.

“Hai paura di morire?”
“Non troppo. Ho fatto un corso sulla morte.”
“Sì, la fanno provare sotto ipnosi
guidano ad accettarla
per ricongiungerti con la terra
con il cielo e con i tuoi cari.
Quando ti svegli non hai più paura.”

“Ho una fiaschetta di rum, nella borsa!”
“Sei trasgressiva, ragazza! Mi piaci.”
Ora sorseggiavano, guardando il tappeto.
Ticchettava l’orologio in alto
sulla parete, non volava una mosca.
“Dì la verità quanto ti resta?”
Intima è la sua voce. E dolce
come il miele. “Sette, otto mesi”
rispose lui senza alzare la testa.
“Non credo di durare molto di più”, sussurrò lei.
 

La guardò e gli sembrò la più bella donna
che avesse mai incontrato. “Hai rimpianti?”
Lei abbassò gli occhi, cincischiò il bicchiere vuoto.
“L’audacia è la virtù dei mezzi morti, mia cara. Coraggio!”
“In tutta la vita non ho mai provato un orgasmo.
Mi dispiace andarmene senza questo privilegio.”
 

La guardò estasiato.
Anche lui aveva perso quel treno, ma chissà
forse ce n’era un altro in arrivo. Uno antico
di quelli col fumo che esce dal camino
con gli scompartimenti caldi, sedili imbottiti
e cuscini di piuma. Lo guardava, ancora
imbarazzata per ciò che le era uscito di bocca.
Lui si alzò, le prese le mani e disse: “Posso
tornare domani sera?”



Versi di Viridis - tratti dal racconto "Cerco asilo", pubblicato sulla Vetrina del Club dei Poeti il 23 Aprile 2018 - evidenziati e assemblati da Leo Sinzi (zio-silen) nel suo commento del 25/04/2018.

Foto di Leo Sinzi 

domenica 15 aprile 2018

Il compleanno di Hertzeit, il genetista


Mi chiamo Ester,
ho sei figlie e sei nipoti. 
E sei sorelle cloni.
Ci vediamo una volta all’anno,
l’ultima notte di plenilunio
di primavera, nel pavese,
in un ristorante nascosto
nei pressi della riva del grande fiume.
Siamo sempre liete di rivederci,
ceniamo, mangiamo oche,
beviamo vino nero e ascoltiamo
i Procol Harum. E quando albeggia
prendiamo congedo a bassa voce.
Ci salutiamo in tedesco, forse perché
sa di pulito. Ora, Judy mi biasima.
Ha due anni. Non sa niente di me,
né delle mie sorelle gemelle,
niente di niente, eppure
mi guarda e sembra dirmi "sei falsa".
I suoi occhi nocciola mi lacerano.
Sono mamma, sono nonna, sono un clone.
Ho il tarlo del falso. Ma
una volta all’anno, l’ultima notte di plenilunio
di primavera, è tutto vero, sono vera,
io come le mie sei sorelle.
Buon compleanno papà Hertzeit.




Versi di Stan - tratti dal racconto "L'esercito delle mamme nonne", pubblicato sulla Vetrina del Club dei Poeti il 13 Aprile 2018 - evidenziati e assemblati da Leo Sinzi (zio-silen) nel suo commento del 14/4/2018.

Foto di Leo Sinzi