mercoledì 10 gennaio 2018

I versi sbrilluccicanti di Elisa


Fuori nevica

Non è il bianco candore
che mi sveglia,
ma ricami di luce
tra stoffa e pelle,
finestre socchiuse
e morbida tensione,
arco di schiena
in un filo di perle
attese inclinate aderenze.
E fuori nevica.



Versi sbrilluccicanti di Elisa Ghione (Elysa) tratti dalla raffinata poesia erotica "Fuori nevica",  pubblicata sulla Vetrina del Club dei Poeti il 9 Gennaio 2018.

Nella foto di Leo Sinzi (zio-silen) è la scultura "Amplesso" del grande artista palermitano Antonio Ugo.

martedì 9 gennaio 2018

Maschere


Maschere

Ho cento e più maschere da esibire, stasera
e un vestito di lapislazzuli.
Musica rock a incendiarmi le vene.
Nell’aria cadono le note di Love my life.
Maschere d’ogni tipo ballano. Dov’è la mia?
Indosso un velo di clandestinità, rasento i muri. Esco.
“Ehi mom, una moneta per mangiare, prego”.
Il solito nero rompipalle.
È proprio sulla porta
non posso schivarlo. Una moneta
e una nuova maschera: Democratica-bontà.
La vita è teatro? Sorrido
seguendo le spire di fumo dalla sigaretta.
Ed ecco affiorare la maschera della Gioiosa-solitudine.
E’ l’ultima arrivata, mi è costata parecchio.
Devo stare attenta a non romperla, è molto fragile.
Potrebbe far gola a molti. Alla toilette
lavo i residui di maschera sul volto.
Sotto c’è il nulla. L’avevo immaginato.
Non posso far altro che costruirmi, come una casa.
C’è un solo modo per essere me stessa.
Cosa fare? Niente.
Arrendermi alla vita.




Tratti poetici del racconto breve di Viridis evidenziati da Leo Sinzi (zio-silen) nel suo commento in calce al racconto medesimo, pubblicato sulla Vetrina del Club dei Poeti il 14 Dicembre 2017.

Foto di Leo Sinzi (zio-silen)

giovedì 4 gennaio 2018

'Na vota 'a Vucciria


Ieri sono andato alla Vucciria... mi è venuta voglia di riproporre questi miei versi:
 
'Na vota 'a Vucciria

Zú Ciccu, 'un cugghiunati, c'aviti?
Chi su' 'sti luccicuna ca spanniti?
Don Peppe, a vossia ch'è bonu e caru
vegnu e ci cuntu 'u fattu paru paru:

 

stavu 'nta 'na vanedda, a' Vucciria,
un paradisu 'n terra era pi' mia.
'nto Cuntinenti ivu a travagghiari
p'i picciriddi pi' darici a manciari.
Passanu l'anni e 'u cori rici: torna!
A "Sant'Antoniu" la me' notti agghiorna.
Scinnutu lu scaluni... chi spaventu!
Sugnu orbu e macari nun ci sentu?
Nun sentu li stigghiola friccicari,
lu purpu, 'u pisci vivu è 'n funnu o' mari,
'un c'è frittula e mussu. E rascatura... nenti!
E l'abbanniata, unn'è? Unn'è 'a me' genti?
Mi vogghiu arruspigghiari: asciutti su' 'i balati!
Restanu sulu lacrimi salati.




Foto e versi di Leo Sinzi

sabato 30 dicembre 2017

Il freddo di fine settembre


Il freddo di fine settembre

Naufraghi sopravvissuti alle onde, noi
figli di antiche tempeste, in quella stanza
appesa sul niente come fosse teatro
ad aspettare un richiamo, una voce, un pensiero
dopo l'amore. Nulla dal blu
non serpi né sirene di seconda mano.

Vivevamo l'amore nascosto
forma di noia bastante a se stessa.
Ci era sfuggito il momento, il tutto e subito
che non potevamo più permetterci
in quella fine estate deserta. Abitavamo
settembre come fosse Times Square
a Natale, ognuno parlando la propria voce
ai tronchi portati a riva, alle alghe
strappate alle rocce.

Chele di granchio e pezzi di sughero
a comporre fantasie impossibili dopo
l'ultima mareggiata. Intuivo i nostri passi
farsi orma accarezzata dall'acqua, poi
come promesse di amanti, scomparire.

Un sole magro vestiva la mano
stesa ai tuoi capelli. Così finì la storia.
Solitudini avverse non si fecero unisono.
Negli occhi è la tua figura nuda
di schiena, rannicchiata in silenzio
tra le lenzuola sfatte. Sulla pelle
nessun freddo da chiedere “ti prego
coprimi, amore”.



Tratti poetici del racconto breve di Saverio Cristiani (gricio) evidenziati da Leo Sinzi (zio-silen) nel suo commento in calce al racconto medesimo, pubblicato sulla Vetrina del Club dei Poeti il 14 dicembre 2017.

Foto di Leo Sinzi (zio-silen)

martedì 5 dicembre 2017

Uora uora arrivàu 'u ferribotti


"Uora uora arrivàu 'u ferribotti" sussurravano, dandosi di gomito, nella grande Pianura all'avvicinarsi di quella coppola, di quei pantaloni di velluto a coste, di quella valigia di cartone chiusa con lo spago. Sussurri che scimmiottavano l'espressione sicula così ricorrente sullo Stretto, resa emblema in un mondo di nebbiose visioni antropologico-culturali.  Oggi, la frase è disusata ma la valigia di cartone è attualissima.


Natali a Milanu 
(Uora uora arrivàu 'u ferribotti)

Rosi 'i Natali, un tarì
tri mazzi. Addàuru spinusu
ntra li vrazza. Aggramignàru
'u greggi ò pastureddu. Si nni fuìu
lu voi cu sciccareddu. Sgriddatu
l'occhiu santu, 'u Picciriddu
talìa lu munnu.

Beppe è furibùnnu chi curtigghiàri
'n chiazza a ciuciuliàri. Lu pittirrussu
'un voli cantari. Mariuzza, matri
figghiòla spiciali, 'u pugnu grapi:
muddichèddi e sali.

Stralùci 'u celu, l'ùmmira
s'avanza: zampugna, acqua frisca
ammara-panza. La nivi janca,
linna ri piccati, arrùssica
ri passi scunsulati.

___________________.
VERSIONE PER I NON SICULI

È arrivato il ferry-boat
Canto natalizio di una palermitana disoccupata
a Milano

Rose di Natale, un soldo
tre mazzi. Le spine d'agrifoglio
sulle braccia. Hanno rubato
il gregge al pastorello. Se n'è scappato
il bue con l'asinello. Sgranato
l'occhio santo, il Frugoletto
osserva il mondo.

Beppe è furibondo coi linguacciuti
in piazza a sussurrare. Il pettirosso
non vuole cantare. Mariuccia, madre
figliola speciale, dischiude il pugno:
mollichine e sale.

Riluce il cielo, l'ombra in terra
avanza: zampogna, acqua fresca
"ammara-panza"*. La neve bianca,
linda di peccati, imporpora
di passi sconsolati.



*"Ammara-panza": cibi scadenti, atti comunque a riempire la pancia.



Versi di Leo Sinzi (zio-silen)
Foto di Fabiuss elaborata da Leo Sinzi

lunedì 27 novembre 2017

La tuba marrone


La tuba marrone

Non si era mai vista una tuba marrone
in capo a una donna poi. Ma che donna!
Compariva con quella tuba nei party, in cima
agli attici dei boulevards. Nei saloni
vetrati come acquari esposti al mare
della notte, invitati ondeggiavano in piedi,
accavallavano gambe, accettavano drink
da dischi volanti.

Una sera, all’ottavo piano del Crosby Building
suonò il campanello della porta impellicciata
odorosa di rovere e patchouli. I Bodini
e il loro magnifico sorriso andarono ad aprire.

In quella fauna d’acquario, compatibile con se stessa,
la donna con la tuba era di una specie diversa,
non classificata. Non aveva simili. Parlava ritta
composta, estraeva mani scimitarre di piume,
ali amorevoli. Gli occhi erano oceani
che risaccano sulle spiagge dell’infinito,
le sue parole entravano con grazia,
portate con le dita come bocconi delicati.

La donna con la tuba non amava
i saluti, non li trovava salutari. "L’unica volta
che le scappò un addio, morì", disse una sera.

Abbiamo avuto paura. È arrivato Franzen.
Fortuna che non porta il cappello.
Quella donna, nessuno sa, eppure tutti sanno
e invece non sappiamo niente. A un certo punto
ci pare così normale e lei è così… bella
sembra amarci, come una madre
come una stagione bella. E poi scompare.
Eppure è così presente. Eppure, eppure...
qualcuno ha dimenticato un cappello.
Una tuba. Marrone.
Non si è mai vista una tuba marrone.


Esercizio di versificazione di Leo Sinzi (zio-silen). Come base: il racconto breve di Stan,
pubblicato sulla Vetrina del Club dei Poeti il 27 Novembre 2017.

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La tuba marrone

Non si era mai vista una tuba marrone, in capo a una donna poi. Ma che donna. Ella compariva in pubblico senza che nessuno si accorgesse del suo arrivo. Con quella tuba. Ma come ci riusciva? Nei party in cima agli attici dei boulevard fiancheggiati da alberi e palazzi poco meno che secolari, a serata inoltrata era lì, perfettamente inserita tra gli ospiti, nelle conversazioni, partecipante, sorridente, profumata e con la tuba marrone che si sarebbe tolta e poi rimessa non appena fosse sorto, sebbene inespresso, l’interrogativo di tutti: “Ma quando è arrivata?”
Nelle serate estive sui terrazzi o d’inverno, nei saloni vetrati come acquari luminosi, esposti al mare nero della notte che allaga la città, ospiti e invitati ondeggiavano in piedi, accomodati, in poltrone, sui tappeti, sui gradini inventati dal designer d’interni, accavallavano le gambe, si alzavano, si scambiavano reciprocamente gli interlocutori, accettavano drink da vassoi d’acciaio, dischi volanti che a ritmo misterioso ma esatto, passavano nel chiacchiericcio tra uomini e donne eleganti e cordiali.
In quella fauna d’acquario, selezionata naturalmente e artificialmente, così tanto compatibile con se stessa, la donna con la tuba era di una specie diversa, non classificata ma, e questo era strano, molto bene tollerata. Non aveva simili, eppure, per il tempo in cui fosse rimasta, tempo di cui nessuno vedeva mai l’inizio, né la fine, ella faceva parte di quegli ecosistemi come chiunque altro dei presenti.

Parlava ritta e composta, si sarebbe detto rigida, fino a quando non estraeva le mani come scimitarre, ma di piume, ed erano ali amorevoli, e allora gli occhi erano oceani che risaccano sulle spiagge dell’infinito e le parole entravano nel discorso con grazia, portate con le dita come bocconi delicati.
E ci si accorgeva della tuba marrone. “Ma quando ce l’ha messa?”, “C’era da prima?”, “Non mi pare proprio”, “Ma allora?”

Una sera, nell’appartamento dei sorridenti Bodini, all’ottavo piano del Crosby Building con vista sul parco tecnologico, mentre si assaporavano i deliziosi salatini della signora Bodini, preludio stuzzicante di un magnifico party-cena in piedi, tutti udirono il citofono suonare. La cosa in sé non fu sconvolgente, il fatto è che tutti avevano la convinzione che non mancasse nessuno degli invitati. E in un primo momento nessuno pensò consciamente che potesse essere la donna con la tuba, ma tutti, in quel preciso istante, guardarono l’ora del proprio orologio, o dispositivo digitale. E fu quella intersezione di silenzio immediatamente seguente al suono del citofono che creò l’elettrizzante aspettativa di vedere la donna con la tuba varcare la soglia ed entrare nel party, far parte del party. L’inizio. La spiegazione.
Suonò infine il campanello della porta blindata, impellicciata, odorosa di rovere e patchouli. I Bodini e il loro magnifico sorriso andarono ad aprire.

Entrò Franzen, delle farmacie Franzen e tutti tirarono un sospiro di sollievo, si resero conto che forse non erano preparati all’esperienza dell’inizio, ma poi l’inizio di cosa? Qualcuno alzò il volume e la sessione fiati di Slip Away abbracciò l’appartamento e gli invitati si riaccesero nelle chiacchiere cordiali, festose per l’arrivo di Franzen, così inaspettato ma così opportuno, arrivò come un cortisonico e, benché fosse un palliativo, in quel momento si portò via il male di sapere, il dolore della rivelazione. E tra gli invitati la donna con la tuba era là, seduta che parlava con due, tre ospiti. Ridevano, si interessavano, chiedevano, rispondevano, si sovrapponevano, chiedevano scusa, si spiegavano e ridevano. Perfettemente inseriti nel quadro luminoso tridimensionale, appeso all’ottavo piano del Crosby Building. E la serata proseguì nella notte fonda fino a che non sfumò nei saluti esausti ma felici, sottovoce, sulla soglia in rovere nel profumo di patchouli, vino e avanzi.
I Bodini chiusero la porta blindandosi il sorriso, la piacevole devasazione del loro appartamento li riaccolse ma nonostante l’abbondanza disordinata di bicchieri, piatti, bottiglie, tovaglioli, portacenere, fette di dolce abbandonate, persisteva la sensazione di un’assenza. Sì, la donna con la tuba. Non si era vista andar via, non aveva salutato. Non amava i saluti, non lo trovava salutare. Qualcuno riuscì a ricordare quello che disse una sera: l’unica volta che le scappò di dire addio, morì.

- Miriam, com’è andata?
- È andata, ho avuto paura a un certo punto.
- Lo so, anch’io, tutti abbiamo avuto paura. Fortuna che è arrivato Franzen.
- Fortuna che non porta il cappello.
- Sì. Miriam, mettiamo in ordine adesso, tra poco albeggia.
- Ti ricordi, Mauri, come abbiamo cominciato, noi? Ricordi il nostro inizio? Ricordi quando ci siamo apparsi?
- Credo di sì.
- E ti ricordi l’attimo prima? Solo un attimo prima. Ti ricordi dov’eri, a cosa pensavi, con chi stavi parlando? C’era qualcuno? Cosa stavi facendo, avevi qualcosa in mano? Stavi correndo? Ti ricordi com’era prima? Prima di…
- Miriam, non agitarti, ti prego, lo sai, non ci fa bene. Non ti fa bene.
- Quella donna, nessuno sa, eppure tutti sanno, e invece non sappiamo niente. Soltanto a un certo punto ci pare così normale e lei è così… bella, cordiale, sembra amarci, come una madre, come una stagione bella.
- Sì.
- E poi scompare. Eppure è così presente.
- Eppure, eppure. Tesoro non ci pensare, vedrai domani non ci baderemo. È sempre così, più ne parliamo, più cerchiamo di capire più svanisce come un sogno.
- Mauri, andiamo a letto, mettiamo a posto domattina, faccio venire Ellis a mettere in ordine.
- Ma è domenica.
- Non importa. Le fanno comodo gli straordinari. È contenta se la chiamo.
- E noi dove andremo?
- Noi andremo nel futuro. Ti piacerebbe?
- Tesoro.
Guarda, c’è un cappello, qualcuno l’ha dimenticato. Una tuba.
- Marrone.
- Ma non si è mai vista una tuba marrone.



Racconto di Stan 

Foto di Leo Sinzi 


sabato 18 novembre 2017

Nuova esistenza


Nuova esistenza

Sogno disperso, attimo smarrito
nell’universo l’anima ha taciuto
è stata tramutata in esistenza
Inizio stanco, desiderio niente
Poi, passo passo, fuga dalla luce
che, flebile, veniva
in questo mondo




Esercizio di sintesi e personalizzazione svolto da Leo Sinzi (zio-silen).
Come base la poesia di Alexandru Cefan "Una nuova esistenza",
pubblicata sulla Vetrina del Club dei Poeti il 15 Novembre 2017.
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Una nuova esistenza

l nostro sogno si è disperso
come un attimo smarrito
nell’universo di una vita.
Per molto tempo l’anima aveva taciuto.
Poi, è stata tramutata in una nuova esistenza;
all'inizio era stanca, non desiderava niente.
Poi, ha provato di nuovo a camminare;
passo dopo passo, con tanta sofferenza.
Non ambiva più seguire la luce
che perveniva da un mondo contemporaneo.

Alexandru Cefan


Foto di Fabiuss

martedì 14 novembre 2017

Un sole che non bruci, ma riscaldi


Un sole che non bruci, ma riscaldi

Si scaldano memorie quando
piove... 

Sulla collina una chitarra suona:
Monmartre di tela traboccante
fiori. Pigalle, i boulevards
gli alberghi ad ore. Al Moulin Rouge 
furore di sottane. Ed a New York 
esperimento nobile: "The street" 
con alcool, musica, puttane. 
Un'epoca schiumante, alternativa
pastello di colore... tanto swing.

Che bello il vecchio mondo
da scoprire. Oggi... che pena!
Settembre, Novembre i mesi

gli anni, scontri fuori e dentro 
morire di notizia, la paura
s'effonde. Cielo
carta, inchiostro... un muro.
 

La vita è altro, per quello che vale:
l'inverno passa sempre e
in primavera, il sole scalderà.


... pioggia autunnale.


Esercizio di sintesi e personalizzazione svolto da Leo Sinzi (zio-silen).
Come base: la poesia di Domenico Sergi (Trimacassi) "Un sole che

non bruci, ma riscaldi", pubblicata sulla Vetrina del Club dei Poeti il 
13 novembre 2017.
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Un sole che non bruci, ma riscaldi


Si scaldano memorie quando piove
se una chitarra suona… è meglio
perché i ricordi volano//portano agli anni belli
quando la vita profumava d’avventura

Torna così alla mente la Parigi bohemienne
Partivano senza una lira
pittori sconosciuti a far fortuna
tutti verso Monmartre, a riempir le tele
con i colori e il genio di tanti
che poi divennero Van Gogh, Degas, Toulouse Lautrec…
La sera, lì a Pigalle, era gran festa
il Moulin Rouge suona e fa furore
con le donnine a sventolar sottane
e il mitico Can Can, a risvegliare tutta la collina

E la New York degli anni venti ?
dei liquori vietati, dei ragazzi di strada
di ‘c’era una volta in America’
storie di vita che ci fecero impazzire
distanti anni luce dalle nostre
povere cose come le raccontò, poi, Tornatore
nel suo ‘Cinema Paradiso’
Era la vita che spingeva
il tempo che schiumava
e ci portava a un’ epoca //come l’ape al miele…

Che bello ch’era il caro vecchio mondo
duro, in salita, tutto da scoprire…
Oggi… che pena !
dopo quell’11 Settembre, siamo in guerra
si muore dappertutto fuori di casa
si muore per far notizia, perché sia la paura a dilagare
Il cielo sembra carta
e noi sappiamo che la vita è altro
ed aspettiamo, che questo inverno passi
che torni, come sempre, primavera
e sorga in cielo un sole che non bruci, ma riscaldi.



Domenico Sergi (Trimacassi)

Foto di Fabiuss